PARTIGIANI COSENTINI | Il "Fulmine" di Santo Stefano di Rogliano

Eugenio Garofalo, primo a destra
 

Nel centro storico di Santo Stefano di Rogliano, piccolo centro del Savuto Cosentino, c'è un vicolo che nel 2014 è stato intitolato alla memoria di Eugenio Garofalo, patriota, partigiano combattente per la libertà d'Italia. Quella di "Fulmine" (questo era il suo nome di battaglia) è, come tante, una storia partigiana poco conosciuta. Il suo nominativo non compare tra i partigiani del Fondo ANPI Cosenza dell'ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea) e nelle banche dati del partigianato piemontese (Eugenio combatte nel Vercellese dal 1943 al 1945) ma il suo status di partigiano è riconosciuto e riportato in calce sul foglio matricolare. C'è poi una ben viva tradizione orale a conservarne il ricordo.

Al centro dell'immagine la dicitura "partigiano"

Eugenio Garofalo nasce a Santo Stefano di Rogliano (Cs) l'11 novembre del 1924 da Francesco e Chiarina Soda, entrambi contadini. La famiglia è numerosa: Eugenio ha altri sette fratelli, tirati su da Francesco e Chiarina grazie ai pochi proventi del duro lavoro nei campi. Il giovane Eugenio frequenta la scuola fino al raggiungimento della licenza elementare ed è animato da uno smisurato amore per la natura e gli animali. E' legato in particolar modo agli agnellini allevati dai genitori in un piccolo locale annesso all'umile dimora di via Vittorio Emanuele, Vico II (oggi via della Repubblica). Ogni volta che le bestiole vengono sacrificate e vendute per il fabbisogno familiare Eugenio si dispiace ma comprende che da quegli "animaletti indifesi, simbolo di dolcezza e pace" dipende l'approvvigionamento di altri generi alimentari e indumenti.

Eugenio Garofalo a vent'anni

Soldato di leva nel 1942, Eugenio viene mandato in Piemonte, nel Vercellese, dove contrae subito la malaria che lo costringe al ricovero in un ospedale militare. Sbandato dopo l'8 settembre del 1943 abbraccia la lotta partigiana entrando a far parte delle formazioni che si costituiscono tra Vercelli e Casale Monferrato. E' qui che gli viene attribuito il nome di battaglia "Fulmine", a evidenziare la sua repentinità a opporsi a ogni forma di angheria dei forti a danno dei deboli. Durante uno dei tanti rastrellamenti nazifascisti in quella zona viene nascosto dalla famiglia Dellarole tra stalle e fossi. Un particolare curioso di quel periodo è legato a una cesta di uova regalategli da un'altra famiglia piemontese. Sono una dozzina e per paura di schiacciarle durante i difficili e tortuosi cammini che lo attendono tra le montagne le inghiotte tutte e dodici contemporaneamente senza avvertire alcun disturbo. Ma più dei nazifascisti Eugenio avrà una paura matta dei topi. Una notte mentre dorme assieme ad alcuni compagni in una stalla viene svegliato dai movimenti e dai morsi di ratti "grossi quasi come conigli" che lo accerchiano. Non si libererà mai di quel trauma. Durante la lotta partigiana il suo pensiero va inevitabilmente al paese natio. Eugenio promette a se stesso che se fosse riuscito a sopravvivere alla guerra, avrebbe offerto per la festività di Santo Stefano Protomartire, il 26 dicembre di ogni anno, alcuni mortaretti, a suo dire "simboli della pace" ottenuta. Eugenio torna e mantiene la parola. Un avviso sacro recita:
"I mortaretti sono stati offerti dal partigiano Garofalo Eugenio da Santo Stefano di Rogliano"




Per qualche tempo, a causa delle difficoltà nelle comunicazioni del partigiano si perdono le tracce: i familiari pensano al peggio e il suo ritorno viene inevitabilmente salutato in maniera solenne. Dopo qualche anno Eugenio si lega in matrimonio a Santina Nicoletti e ricopre l'incarico di consigliere comunale del suo paese, trasferendo nelle istituzioni quel bagaglio ideale e valoriale che caratterizza la sua personalità forgiatasi nella Resistenza. Contemporaneamente svolge il ruolo di sindacalista all'interno della Cartiera Bilotti a Cosenza, partecipando da protagonista alle conquiste salariali del movimento operaio. In cartiera Eugenio assume l'incarico di componente della commissione interna, passando attraverso il consenso democratico dei lavoratori della CGIL della cui confederazione è espressione. Nel 1964 in cartiera  perde il fratello Tonino, schiacciato da un montacarichi. Negli anni successivi Eugenio entra a far parte degli organici della Provincia di Cosenza come guardiacaccia, mansione che lo riporta a quella sua passione giovanile per gli animali e la natura da difendere da ogni forma di bracconaggio e abuso. A seguito di una lunga e brutta malattia si spegne nel 1984.
 
1984. Il diploma d'onore al combattente Eugenio Garofalo reca le firme di Pertini e Spadolini

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